Archivos de Octubre 2010

i brutti e i belli

 

e il resto

 

abito in una foresta selvaggia

 

 

ma ci sono ancora alcune abitazioni

 

e ogni tanto ci si trova anche un uomo

 

ma raramente

narcisos y falacias

 

mejor me callo y me meto a la cama

 

hay mucho ruido y poca plata

 

 

y la primavera no arranca, y la luna se llena

 

pero igual llueve

 

 

si es una verdad

 

ha de ser dicha

 

si es un chisme

 

sólo me lo contás a mí

 

 

alessandra laurenti dixit:

VILLANITA, ex Villa Anita

 

1 -  AL CANCELLO – Applaudono, applaudono fuori dal mio cancello per far sapere che mi vogliono parlare, che desiderano raccontarmi la loro storia iniziando con qualsiasi pretesto una conversazione con me. Sono l’ultima arrivata a questo quartiere confinante con il nulla.

E’ passata la suora de Santa Teresita, portandosi dietro il suo carrellino pieno di cianfrusaglie. E’ una vecchina, vestita con l’uniforme grigia, il viso bruciato dal sole e il classico odore dei barboni. E mi chiede se credo in Dio, perché lei ci crede malgrado non lo trovi più. Non lo trova nelle case della Villa Miseria a due passi da lì, le case date dal governo per sradicare dal centro queste sacche di marginalità, dove bruciano gli infissi per cucinare qualcosa e tornarsene al centro. Una volta al margine della città riducono in poche settimane delle casette a schiera in fatiscenti ruderi con i cavalli che dormono nel soggiorno. Cavalli striminziti che portano per ore carichi di bottiglie da riciclare, o cartoni appilati, o calcinacci da rivendere.

La suora, che io chiamo “teresita”, non trova il suo Dio tra queste persone che lei vuole aiutare e mi chiede un bicchiere d’acqua per continuare a peregrinare, e mi chiede il permesso di riposare qualche minuto sedendosi sulla pietra che ho fuori dal portone.

Le do l’acqua, le auguro buona giornata e torno ai miei libri che mi  catapultano a tempi remoti in terre d’oltre oceano.

 

2 – LA GARA – Applaudono, timidamente. Esco a vedere che mi offre oggi questo quartiere. Ed ecco una signora con una bambina paraplegica in braccio con uno sguardo sveglio e intelligente. Mi offre dei biglietti della lotteria per riunire i fondi per un viaggio. Sua figlia parteciperà ai Giochi della Gioventù  Rosario, a 400 Km., per disabili. Ma le spese sono a carico dei partecipanti. Compro un biglietto e le consiglio di bussare alle porte dell’Assessore dello Sport, perché probabilmente ci sono i fondi pubblici per questo genere di iniziative. Poi vengo a sapere che lo ha fatto e che la delegazione di Cordoba ha vinto, e che l’autobus per arrivarci era del Comune e che lì sono stati ospitati gratis dal Municipio. Mi chiedo se questa finestra sul mondo non mi sia stata messa a disposizione per intervenire, per uscire dalla zona franca e rimettermi nel gioco. C’è qualcosa che mi frena, l’essere straniera, l’essere idealista e ottimista, l’essere un po’ manichea, l’essere appena arrivata e provare la profonda convinzione che prima bisogna capire i codici di chi ci circonda per poi proporre qualcosa. Ma sono anche in una fase della mia militanza dove inizio a relativizzare le mie posizioni e soprattutto a valutare se i miei possibili interventi non peggiorino gli equilibri altrui, invece di risolverli. Non sono più nell’onnipotenza adolescente, ma ancora non sono caduta nell’impotenza paralizzante.

 

3 – OMBRE – E un altro giorno è il calzolaio itinerante che mi fa andare al portone. Offre servizio a domicilio perché la fabbrica dove lavorava, un grande calzaturificio, ha chiuso i battenti. Sa come si fa, si è rubato qualche arnese e le colle, e arrangiandosi campa la sua famiglia.

Appena sa che sono italiana, che studio storia, che non aspiro a entrar a far parte della seletta cittadinanza che vive in quartieri privati mi mette sull’avviso di una serie di precauzioni.

Non devo parlare con chiunque delle mie posizioni politiche.

E’ un paese dove quando cambiano i venti a favore diventano direttamente fumi velenosi.

E dopo qualche altra metafora climatica passa direttamente a prevenirmi sull’eredità dell’ultima dittatura feroce di queste terre.

Lavorava nella polizia in quegli anni, e se io fossi arrivata 15 anni prima sarei stata subito aggregata alla lista dei possibili sospettosi. Essendo giovane, donna, straniera, in men che non si dica mi avrebbero sequestrata e portata al campo clandestino “La Perla” e forse mi sarei salvata firmando l’atto di vendita della mia bella proprietà, ma forse sarei passata prima per lo stupro e la tortura. Inorridita lo saluto freddamente e lo invito a non rivolgersi più a me.

 

4 – LUGUBRE – Un giorno ho nuovi vicini, artisti, simpatici. E tra una passeggiata e l’altra per fargli conoscere i paraggi mi raccontano che una volta hanno conosciuto una coppia di anziani austriaci.

Dopo essere entrati in confidenza per essere appartenenti al seletto gruppo delle famiglie con doppio cognome, indice di risalire a famiglie dell’elite locale, presero un tè nella casa di questo inoffensivo paio di colti centro-europei.

Con orgoglio e vanto gli mostrarono vari trofei, ricordi, oggetti particolarmente preziosi.

Al secondo tè iniziarono a senirsi a disagio, cominciarono a intravedere un eurocentrismo razzista. Alcuni commenti sugli abitanti locali non discendenti dagli europei gli troncarono l’appetito. Lasciarono i biscottini di Vienna nei rispettivi piattini provenienti dalla villa austriaca, abbandonata durante la Grande Guerra.

Ma il peggio doveva ancora arrivare, l’orrore non era prevedibile in quello chalet stile austriaco con i tetti spioventi come se la neve dovesse sotterrare ogni inverno Córdoba, con il suo clima particolarmente mite. Mostrarono un libro con poemi in tedesco, e si esaltarono nel dar il dettaglio, non minore, che le pagine erano ricavate da pelle umana, degli ebrei.

 

5 – IRREPERIBILE – L’altro giorno è passato un quarantenne e mi ha chiesto urgentemente qualche peso per prendere l’autobus e fare alcune faccende al centro.

Con molta dignità mi ha spiegato che sarebbe tornato il giorno dopo a pagarmi con un’ora di lavoro, qualsiasi cosa io volessi che facesse nel giardino. Con tatto, ma comunque con palese espressione di non credergli, gli dissi che non avevo bisogno di nulla, che la decadenza del mio giardino era già cronica, e che non si preoccupasse io i soldi glieli davo. Unica richiesta mia: non raccontasse tanti dettagli di quello che ne avrebbe fatto dei soldi perché comunque non erano affari miei. Uscendo il giorno dopo per recarmi al lavoro mi sono imbattuta in uno schiaffo alla mia incredulità: fuori dal portone qualcuno aveva potato le piante, zappettato intorno a due sgorbi di fiori che io avevo piantato mesi prima, ripristinato il canaletto che permette alle piogge sfociare nel ruscello vicino.

Non conosco il suo cognome e il suo nome è talmente comune che lo rende irreperibile.

Sono cresciuta dentro, un fiore mi è cresciuto dentro.

 

6 – EREDITARE – Sento uno zufolo che suona davanti al portone. Mi affaccio ed è un arrotino in bicicletta. Posteggia la bici, la issa su un cavalletto particolare e comincia a pedalare mettendo in funzione un tornio innescato alla catena. Gli chiedo il permesso di fargli un ritratto con la macchina fotografica perché trovo ingegnoso il laboratorio ambulante che ha ideato. Adulato dalla mia ammirazione mi narra le peripezie che la crisi del neoliberalismo menemista ha introdotto nella sua vita. Figlio di operai della fabbrica di cemento locale, chiusa per bancarotta fraudolenta, nipote di immigranti polacchi analfabeti, aveva potuto diplomarsi nell’Istituto Tecnico delle ferrovie. Ora non ci sono più ferrovie, né Istituti Tecnici, suo padre non riceve pensione e suo nonno, che costruì con le proprie mani una casa di mattoni artigianali come quella che aveva in Polonia, gli ha insegnato a unire le sue conoscenze con la creatività dell’arrangiamento. Costruisce sistemi elettrici semplici per avere il campanello a casa, ma il sistema è così semplice che riesce a venderlo a tutti i clienti a cui lo offre. Arrotonda il magro ingresso come arrotino e poi fa Shatzu a domicilio. Le foto sono bellissime, la luce illumina la dinamo e le scintille danno vita all’immagine e alla immaginazione.

 

7 - LINFA MAGICA – Alla fermata dell’autobus mi proteggo con l’ombra di alberi frondosi secolari. Sono Platani, come quelli del Lungotevere romano.

Ho una mia teoria del riciclaggio: le foglie che cadono in autunno a Roma, in realtà sono riassorbite e spuntano a primavera in questo emisfero.

Nulla va perso tutto si ricicla.

Considero possibile scrivere un poema per i miei amici in una foglia gialla e che loro la leggano nel verde delle foglie novelle che germogliano in aprile sulle sponde del Tevere. Prendo a calci, rumorosamente, la coltre di foglie cadute per l’autunno e mi proietto nel suono del ponentino che scompagina il fogliame tenero che si affaccia a dodici mila miglia da qui.

Il dubbio sorge quando a primavera cerco le risposte e mi ritrovo con paesaggi francesi e no italiani, gli uccelli che fanno i nidi tra i rami possenti cantano le stesse melodie che nei giardini di Lussemburgo a Parigi, romantiche e spensierate, che accompagnarono i miei sedici anni girovaga per la Senna.

 

8 – ACQUA CHETA –Sul fiume a pochi minuti da qua c’era un ponte pedonale a “schiena d’asino”. Ci portavo spesso il mio primogenito, a veder scorrere sotto l’acqua cristallina e rumorosa per le pietre smussate dalla corrente. Traversarlo era un poco arduo perchè era troppo ripido. Quando le piogge di fine estate hanno provocato una piena eccezionale, dopo cinquant’anni di esistenza è stato inghiottito anche il mio ponte prediletto.

L’ingegnere che lo construì, lo stesso giorno, è stato risucchiato dalla corrente in un altro fiume, cercando di attraversare un ponte minacciato dalle acque in piena.

Si sono risparmiati a vicenda la delusione di non aver retto come struttura e aver tradito la propria creatura calpestando un altro ponte.

Ora resta un rudere pericolante sommerso da piante rampicanti, ma che in marzo fioriscono all’improvviso, fuori stagione e inondano di profumo l’ansa venutasi a creare di un fiume apparentemente innocuo.

 

9 – QUESTIONE DI JELLA –C’è stata una rivolta nel quartiere. L’albero secolare, un Chañar autoctono, che riparava con la sua coppa le persone che quotidianamente aspettavano l’autobus per recarsi al centro, è stato mutilato brutalmente una notte. Si era appena fatto un censimento degli alberi da proteggere, e giusto questo Chañar, con almeno 10 metri di diammetro di ombra, era l’immagine della campagna di coscientizzazione del collettivo ecologico.

L’autoconvocazione per difendere quello che restava del Chañar è stata sorprendentemente numerosa. Sono stati invitati i vari canali di televisione che con queste storie edificanti riempiono il vuoto ideologico di cui soffrono da anni. C’era bisogno di vigilare che non terminassero con una motosega il moncherino di albero che restava in piedi.

Si sono organizzati turni per vari giorni, tra infusioni di mate e pizzette casarecce. Ma la saggezza popolare è più forte: ho ascoltato un bambino che bisbigliava a un amichetto “Che jella che ha avuto il nuovo padrone di questo terreno, se solo l’albero fosse stato dietro il muro di recinzione nessuno lo avrebbe notato”. Mentre suo padre declamava al megafono che non siamo padroni della terra, solo suoi ospiti.

 

10 – IL CLAN LUNA – Sul bordo del canale di irrigazione che costeggia il mio terreno vengono a volte la notte a pescare. Sono della famiglia Luna. Sono come un clan, vivono sul ciglio del fiume. Si provvedono dell’acqua da un pozzo artesiano e qualche anno fa si contagiarono quasi tutti con l’epatite e ne parlarono i giornali locali. Ma come mi ripete un amico giornalista, la stampa è come il costume a due pezzi, mostra il superfluo e copre l’importante. Gli costruirono due cisterne d’acqua che il Comune si incarica di riempire mensilmente, ma le casupole minacciate dalle inondazioni sono le stesse, e soprattutto l’ostilità dei nuovi residenti nelle villette dei terreni più elevati non furono prese in considerazione. Così per arrivare alla strada provinciale devono costeggiare  le proprietà recintate e percorrere due chilometri invece che i duecento metri che in linea d’aria li separano dalla vita organizzata. Di nulla è valso che quando venne la piena dell’anno 2000, loro andassero con le tenaglie a liberare i vari padroncini intrappolati dai fili spinati che stavano facendo giustizia di tanta inequità. Il clan dei Luna ora deve far fronte anche al rancore di chi li ha dovuti ringraziare a denti stretti.

 

11 – COMPRA VENDITA  - Al bottegone/alimentari/ferramenta, che si autoproclama supermercato, che sopravvive nelle strade sterrate del quartiere, mi conoscono come la “tana”, probabilmente tagliando “napoletana”. Riconoscono evidentemente che la signora anziana che va a far la spesa con una lista scarabbocchiata su un foglio è mia madre. E quando ho dato alla luce il primo nipote lei mi ha sostituito in tutte le faccende, tra le quali andare a fare le compre. Quando andò la prima volta le chiesero “Sua figlia ha già comprato?” e lei ha negato. Loro insitevano nel domandarglielo e lei ripeteva a sua volta che proprio perché io non avevo comprato lei comprava. Le ho spiegato dunque che qui si usa dire “comprare un bambino” quando si partorisce. Non credo sia casuale, dietro la lingua c’è una storia, una pratica. Non escluderei che l’intercambio per denaro di bambini, tra famiglie disagiate e famiglie ricche ma sterili, sia stato nell’ordine della normalità e che questa espressione ne sia la traccia, come d’altronde in Europa le favole tipiche ripropongono casi di famiglie povere, di taglialegna per esempio, che per salvare i figli dalla fame li abbandonavano nel bosco sperando che altri se ne facessero carico e così salvarli dalla morte sicura per estrema povertà. Cercando di decodificare gli altri uno scopre di cosa è erede inconsapevole.

 

12 – MEDICI SENZA QUARTIERE – Pochi soldi di più, in questa zona, ti permettono un confort impensabili in altre latitudini. Se hai bisogno di una medicina, la ordini in farmacia, chiedi il prezzo e avvisi che andrà un tassì a ritirarla. Il tassì fa il viaggio di andata e ritorno, costa pochissimo, e tu ti rimetti sotto le coperte aspettando che faccia effetto la medicina. Però ci sono anche ambulatori municipali sparpagliati nel territorio. Per vaccinarsi, o per un’urgenza, uno va in queste utilissime schegge perdute del sistema sanitario. Nel bagno di quello vicino casa mia c’è un cartello che trovo molto eloquente .”Non ti chiediamo che pulisca però neanche ti chiediamo di sporcare”. Nel cucinino accanto alla saletta d’attesa, che usano le infermiere e il personale medico il tono è più imperioso:”Grazie per lasciare tutto meglio di come lo hai trovato!” a buon intenditore poche parole.

Quando sono capitata con i miei figli per vaccinarli mi hanno sempre imposto una visita pediatrica profonda, e sempre hanno scoperto che erano sottopeso. Se non fosse stato per la loro sistematica serietà nello svolgere il compito di monitoraggio infantile constante non mi sarei accorta de dover iniziare a somministrare il biberon. E tutto sotto un tetto di lamiera con i vetri rotti alle finestre.

 

13 – LA PRIMA ACCOGLIENZA o IL BENSERVITO E IL BENVENUTO – Appena mi trasferii in questa casa dei primi ‘900, con i vetri di colori, con i pavimenti adornati da ghirigori, mi sembrava che non avessi bisogno di nient’altro. La prima notte che dormimmo in casa ci rubarono il cancello sbilenco. Lo interpretammo come un benvenuto. Poi ci dissotterrarono il tubo di gomma che portava l’acqua alla piscina, che in realtà è più un vascone di irrigazione, e lo tagliarono per rubarlo. Poi fu la volta di quello che era in casa mentre noi stavamo al lavoro. Io contavo sul fatto che la muratura era solida e che il tetto non me lo avrebbero potuto togliere. Però tolsero i servizi sanitari e l’impianto elettrico, oltre ai libri, i vestiti, e il tavolo. Riuscirono anche a rompere il lucchetto per portar via la bombola del gas. Ma il flusso delle cose che mi furono regalate o prestate per ristallarmi in casa è superiore a quello di uscita. Se persi due sedie ne ricevetti sei, se era un materasso singolo sdrucito, ritornò a due piazze nuovo, e così il soggiorno e lo studio. Era tutto in prestito perché a dir degli offerenti, non avevano dove metterlo, ma per anni ho avuto un pianoforte, librerie con libri interessantissimi, e soprattutto il porta erba mate del nonno di una nuova amica che non se l’è mai ripreso. I ladri dopo le prime settimane hanno deciso che ormai avevamo pagato sufficientemente per osar venire a vivere qui.

 

14- NATURA PROTETTRICE – Il primo impatto con una natura nuova è sempre sorprendente. Ho visto il primo Colibrì della mia vita a pochi palmi dal mio naso e ho provato una esaltazione incredibile. Che perfezione! Una mattina prestissimo ho spiato una Comadreja che frugava nel sacchetto dell’immondizia lasciato fuori la sera prima. E’ un marsupiale grande come un topo e intorno agli occhi ha il pelo scuro che disegna come una benda di Zorro intorno alla testa. Sembra un personaggio dei fumetti, uno scassinatore di Walt Disney. Ma il Ragno Pulcino supera i precedenti. Peloso, più grande di una tarantola, caduto per sbaglio nella piscina, mezzo affogato e mezzo tramortito dal cloro. L’ho chiuso in un barattolo. Ho perforato il coperchio di metallo per farlo respirare, e l’ho osservato vari giorni. Occupava tutto lo spazio del barattolo di vetro e cambiava posizione impercettibilmente. Mi domandavo se sacrificarlo, ma poi trovavo ingiusto che la sua bruttezza, e la ripugnanza che mi provocava, fossero ragioni sufficienti per ucciderlo, soprattutto dopo che mi avevano assicurato della sua innocuità. Al quarto giorno di prigionia ho aperto il barattolo e l’ho lanciato nello scampato che si trova dall’altra parte della strada. Spero che il mio gesto mi abbia fatto conquistare un protettore nel regno animale.